Rosso di sera http://www.sandrovanni.it/wordpress Pensieri in libertà di un disilluso ottimista Mon, 29 Jan 2018 08:03:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.2 71971890 Quando dicevamo “non moriremo democristiani” http://www.sandrovanni.it/wordpress/2018/01/3762/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2018/01/3762/#respond Mon, 29 Jan 2018 07:57:29 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3762 Un vecchio proverbio arabo, di cui gli elettori di sinistra che guardano al PD dovrebbero tenere di conto, recita più o meno così: “La prima volta che m’inganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia”. Dopo la nomina dei candidati alle elezioni del 4 marzo, il disegno politico renziano è […]

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Un vecchio proverbio arabo, di cui gli elettori di sinistra che guardano al PD dovrebbero tenere di conto, recita più o meno così: “La prima volta che m’inganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia”.

Dopo la nomina dei candidati alle elezioni del 4 marzo, il disegno politico renziano è diventato chiaro fin nei minimi dettagli anche ai più sprovveduti.

Il Partito Democratico nato dalla volontà di unire i riformismi italiani di stampo marxista e cattolico non esiste più. E’ un progetto morto e sepolto.

Per le persone autenticamente di sinistra non ci sono più alibi. Il PD non è più riformabile; chi resta condivide il nuovo corso o se ne fa comunque complice.

Nel 2000 il cavaliere aprì la sua campagna elettorale nella nostra Regione con l’imperativo “detoscanizzare l’Italia”, ma fallì rovinosamente l’obbiettivo.

Forse è per essere coerente con il suo slogan “Berlusconi promette, io realizzo” che Renzi ha evitato con attenzione di inserire nelle liste elettorali toscane personalità della sinistra interna al suo partito.

Ha scelto, seggio per seggio, non i più capaci o radicati sul territorio, ma i più fedeli e allineati al suo gruppo di potere. Per questo, comunque vada, dopo il 4 marzo la “Toscana rossa” sarà solo un bel ricordo.

Nel PD ho lasciato alcuni compagni con i quali ho condiviso una vita di sogni e di lotte e con i quali ci siamo ripetuti all’infinito, quasi fosse un giuramento: “Non moriremo democristiani”.

Confesso che mi fa male vederli oggi umiliati, inermi e rassegnati, sul treno renziano lanciato a tutta velocità in direzione Arcore. E’ una scelta che non capisco e non condivido, ma che mi sforzo di rispettare.

L’unica cosa che chiedo loro è di evitare l’appello al “voto utile” in nome di antichi valori rinnegati proprio dal percorso politico che propongono; oltre che pensoso è offensivo.

In un mondo sempre più violento, in cui aumentano vorticosamente le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, è necessaria una scelta di campo netta e l’unico voto utile è quello dato a sinistra.
Oggi come non mai.

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Una vecchia foto scolastica, così vecchia e così attuale. http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/11/3750/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/11/3750/#respond Fri, 24 Nov 2017 17:09:32 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3750 Ero convinto che le rimpatriate di vecchi compagni di scuola fossero momenti tristi, quasi patetici, tesi ad esaltare il passato per esorcizzare l’inesorabile trascorrere del tempo che volge verso il tramonto. Invece, lo scorso anno, è stato straordinariamente piacevole, dopo oltre mezzo secolo, passare una serata in compagnia di vecchi compagni delle elementari, molti dei […]

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Ero convinto che le rimpatriate di vecchi compagni di scuola fossero momenti tristi, quasi patetici, tesi ad esaltare il passato per esorcizzare l’inesorabile trascorrere del tempo che volge verso il tramonto.

Invece, lo scorso anno, è stato straordinariamente piacevole, dopo oltre mezzo secolo, passare una serata in compagnia di vecchi compagni delle elementari, molti dei quali non vedevo da una vita.

Per questo, pochi giorni fa, sono tornato volentieri al secondo ritrovo. Ringrazio ancora le amiche che si sono attivate per organizzare l’iniziativa e spero di poter ripetere l’iniziativa nei prossimi anni.  Ma non è dei ricordi d’infanzia, delle emozioni e dei sentimenti che appartengono alla mia sfera privata, che volevo parlare.


La storia, anche quella nostra, piccola, banale e apparentemente insignificante, aiuta a capire il presente e a pensare al futuro.

E’ incredibile come la semplice osservazione della foto di copertina (io sono quello cerchiato in rosso) che immortala  tutti i bambini di seconda elementare  della frazione dove ho sempre vissuto fin dalla nascita (anno  scolastico 1962-63), possa offrire spunti di riflessione sull’attualità politica.

Nessuno di quei bambini, e sottolineo nessuno, era figlio di genitori meridionali; eravamo tutti “autoctoni” da generazioni, con genitori, nonni e bisnonni nati nella frazione stessa o nei Comuni limitrofi.

La nostra piccola comunità era regolata da ritmi e norme di comportamento non scritte che cementavano un tessuto sociale forte e coeso costruito di generazione in generazione.

Di lì a poco, quel modello sociale e umano sarebbe stato sconvolto e stravolto da un’ondata migratoria epocale, assai più consistente di quella attualmente in corso.

Uno dei ricordi più nitidi che ho di quegli anni è l’immagine delle  famiglie che scendevano dalla “Sita” con nugoli di figli e le valige di cartone legate con lo spago.  Gente diversa, che vestiva in modo strano e parlava dialetti incomprensibili.

Ricordo anche le prime riunioni dei consigli di frazione (alle quali ho iniziato a partecipare fin da adolescente): “rubano”, “sono sporchi”, “i loro bambini portano i pidocchi a scuola”, “non rispettano le donne”, “tutte le case popolari toccano a loro”,  “lavorano al nero”,  “si accontentano di salari bassi e ci portano via il lavoro ”, “hanno un’altra mentalità, non potranno mai integrarsi”.

Quante volte abbiamo sentito frasi come queste accompagnate dalla battuta “accidenti a quel treno, o visto sulle porte delle case vuote cartelli con la scritta “non si affitta ai meridionali”?


La foto di classe che guarderanno i figli della mia generazione quando si ritroveranno per la loro cena dei ricordi,  conterrà sicuramente un consistente numero di bambini e di bambine provenienti dal sud.

Ma loro non noteranno  neppure questa differenza:  hanno frequentato la stessa scuola e gli stessi insegnanti, hanno giocato insieme e insieme sono cresciuti condividendo esperienze, sentimenti, amori.  Insieme hanno avuto figli che sarebbe oggi impossibile classificare con i criteri del passato; sono semplicemente toscani in quanto nati nella nostra Regione, o più semplicemente italiani.


Noi, per ragioni anagrafiche, non saremo presenti quando i loro figli, che oggi frequentano le elementari, si ritroveranno a cena tra cinquanta anni, ma è facile immaginare che la loro foto di classe sarà più colorata della nostra e non solo per il digitale che ai nostri tempi non c’era.

Sarà più colorata e bella perché immortalerà bambini con la carnagione variegata.

E’ la storia che si ripete inesorabile. Questi bambini  frequentano le stesse scuole, hanno gli stessi insegnanti, studiano le stesse materie, ricevono la stessa educazione, giocano insieme, parlano la stessa lingua, tifano per le stesse squadre di calcio.  Da adolescenti condivideranno sentimenti, emozioni, amori.   Avranno figli che non saranno marocchini, cinesi, pachistani o senegalesi, ma semplicemente italiani.


La riflessione che mi viene da fare è semplice: così come gli animali non conoscono confini e si spostano seguendo il loro spirito di sopravvivenza, l’uomo si è sempre spostato fin dalle sue origini alla ricerca di sicurezza e benessere.

L’unica differenza con il passato è che la tecnologia e gli effetti della globalizzazione rendono oggi questi fenomeni più veloci e, per molti versi, più drammatici. Pensare di fermare i fenomeni migratori con il filo spinato non è solo illusorio: è semplicemente stupido.

Niente e nessuno fermerà chi non ha niente da perdere perchè fugge dalla miseria, dalla fame e dalle guerre. Tutto sommato non è neppure giusto.  Le uniche cose che possiamo fare è governare i fenomeni migratori attraverso politiche che gradualmente favoriscano un’equa distribuzione delle risorse del pianeta e, contemporaneamente,  adottare ogni forma si solidarietà, di accoglienza e di integrazione di cui siamo capaci.

Quando ci approcciamo a queste tematiche, dovremmo tenere sempre presente che essere nati nel momento giusto e dalla parte giusta del mondo non è un merito e non ci dà nessun diritto sulla vita degli altri.


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Il treno di Renzi è arrivato al capolinea. http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/11/3728/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/11/3728/#respond Mon, 06 Nov 2017 22:28:50 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3728 Il voto siciliano ha indubbiamente una valenza amministrativa e risente della complessa realtà di quel particolare territorio di cui sarebbe sbagliato non tenere di conto.   Ma non si può non coglierne gli aspetti più propriamente politici, sia per le dimensioni del bacino elettorale coinvolto, sia per i progetti e i programmi che si sono confrontati. […]

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Il voto siciliano ha indubbiamente una valenza amministrativa e risente della complessa realtà di quel particolare territorio di cui sarebbe sbagliato non tenere di conto.   Ma non si può non coglierne gli aspetti più propriamente politici, sia per le dimensioni del bacino elettorale coinvolto, sia per i progetti e i programmi che si sono confrontati.

Non c’è bisogno di addentrarci in approfondite analisi dei flussi elettorali, oltretutto  a scrutini ancora caldi, per cogliere due aspetti significativi dei risultati elettorali relativi all’area politica che maggiormente mi interessa.

1) – Il treno renziano ha finito la sua corsa su un binario morto.   L’alleanza con l’ex “Nuovo Centrodestra”, oltretutto nella terra dove Alfano ha storicamente consensi maggiori, si è rivelata un suicidio politico.    Il progetto politico di Renzi è morto nella culla, la sua leadership  è ormai in caduta libera e il PD, senza più identità e radicamento territoriale, non ha più le risorse per fermare il suo declino.

Recitando il copione di un film visto fino alla noia negli ultimi anni, la classe politica del PD ha perso ogni capacità di riflettere sulle sconfitte e ha già iniziato ad attribuire le colpe ai soliti gufi e rosiconi. Se, come probabilmente accadrà anche questa volta, l’opposizione interna si limiterà a recitare la solita stanca litania di una critica senza conseguenze, il destino di quello che è stato il più grande partito del centrosinistra europeo, è segnato.

2) La lista di sinistra, alla sua prima prova elettorale, non ha sfondato.  Fava è stato bravissimo e l’impegno di tutti i dirigenti nazionali è stato generoso, ma se l’obbiettivo era quello di recuperare i voti degli elettori di sinistra finiti nell’astensione e nel voto di protesta, non è stato minimamente centrato.

Ridare fiducia e speranza ai delusi e agli incazzati è  un compito difficile e impegnativo che richiede determinazione, costanza e, soprattutto, tempo.   E’ chiaro che non basteranno due bandiere rosse, qualche operazione di marketing azzeccata o candidati bravi e onesti; è necessario ripartire dalla cultura della sinistra storica e dal rilancio dei nostri valori e ideali, magari con parole nuove e meno retoriche.

E’ necessario mettere a fuoco i confini del conflitto sociale, mai così violento dal dopoguerra ad oggi, e riscoprire l’orgoglio di stare dalla parte dei più deboli.

Dobbiamo anche avere un’ambizione più grande rispetto ad un misero cartello elettorale tra le sigle dell’arcipelago della sinistra in vista delle prossime politiche, perché questo obbiettivo rischia di pregiudicare quello più importante della costruzione di un vero grande soggetto politico di cui il Paese ha bisogno.

A chi dice che ormai è troppo tardi, ricordo un vecchio proverbio africano, dell’area subsahariana, dove le piante, a causa delle condizioni climatiche, impiegano moltissimi anni per dare i primi frutti: “Il miglior momento per piantare l’albero era venti anni fa.   Se non l’hai fatto, il miglior momento è ora”.

Seppur in colpevole ritardo, domani (la coincidenza con l’anniversario della presa del Palazzo d’Inverno è casuale ma augurale),  inizia il percorso partecipativo promosso da Articolo Uno – MDP per la costituzione formale della nuova casa della sinistra italiana.  E’ un progetto per il quale vale la pena rimboccarsi le maniche e lavorare insieme, senza se e senza ma.

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Compagni, diamoci una mossa! http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/11/compagni-diamoci-mossa/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/11/compagni-diamoci-mossa/#respond Sat, 04 Nov 2017 09:03:31 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3713 Solo chi concepisce la politica come partecipazione può capire cosa significhi far parte di una comunità di persone che condividono valori, aspettative e sogni; che si incontrano, discutono e si sacrificano per portare avanti le idee in cui credono; che gioiscono insieme per le vittorie e insieme soffrono per le sconfitte. E solo chi ha […]

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Solo chi concepisce la politica come partecipazione può capire cosa significhi far parte di una comunità di persone che condividono valori, aspettative e sogni; che si incontrano, discutono e si sacrificano per portare avanti le idee in cui credono; che gioiscono insieme per le vittorie e insieme soffrono per le sconfitte.

E solo chi ha conosciuto e praticato la bella politica, può capire quanto sia stato difficile e faticoso, per uno della mia età, uscire dalla casa che aveva fortemente voluto e contribuito a costruire, e nella quale aveva investito tutta la storia di una vita.

Aprendo la porta di uscita ho visto tanti compagni che se n’erano andati  prima di me, e altri che non erano mai entrati, girovagare spaesati senza meta o trincerati dietro i recinti di tante piccole riserve indiane.  Alle mie spalle, dietro quella porta, ho lasciato altri compagni, smarriti, accucciati, sempre meno rassicurati dalle pareti di quella che da casa si è trasformata in prigione.

Non ho fatto questa scelta con la rassegnazione degli sconfitti o la rabbia dei delusi, ma con la voglia e la determinazione di ricostruire dalle fondamenta la casa della sinistra italiana. Di tutta la sinistra, di quei compagni che ho ritrovato e di quelli che ho lasciato.   Lo dobbiamo ai nostri padri che, con lotte e sacrifici, ci hanno consegnato un mondo migliore del loro, e lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi ai quali stiamo rubando il futuro.

E dobbiamo parlarci chiaro: esistono da sempre due sinistre: una di testimonianza, l’altra di governo.  Credo siano entrambi importanti e che non siano necessariamente incompatibili tra loro; ma la prima è legittimata unicamente dall’esistenza di una sinistra riformista forte, che oggi manca e va costruita, nei confronti della quale poter svolgere il ruolo di pungolo.

Cercare di unire queste due anime della sinistra  è illusorio, sbagliato e inutile, e di tempo ne abbiamo già perso troppo.

Per quanto mi riguarda, non sono uscito dal PD per farmi fare l’analisi del sangue prima di ogni riunione, né per farmi dare la pagella dal professorino di turno, perennemente in cattedra,  con la puzza sotto il naso e il ditino sempre puntato.

Non sono uscito dal PD per seguire due rampanti autoproclamatisi leader, caratterizzati da atteggiamenti e modi  ereditati dal renzismo, che magari hanno sostituito la  Leopolda con il Brancaccio.

Non sono uscito dal PD neppure per rientrarci dalla porticina laterale, spinto da un ex sindaco indeciso, ambiguo  in veste di paciere permaloso, che evidentemente non ha capito niente delle motivazioni della mia scelta.

E, lo dico ai dirigenti della sinistra che sento più vicini, non sono uscito dal PD neppure per assistere alle loro partite a scacchi che sembrano non finire mai, né per fare lo spettatore passivo delle loro performance nei talk show televisivi.

E’ a loro che rivolgo il mio appello: diano subito avvio ad un percorso partecipativo dal basso per la definizione dei programmi, delle strategie e l’organizzazione territoriale della nuova casa della sinistra italiana.

Se l’obbiettivo comune è quello di costruire un nuovo soggetto politico che non si vergogni di definirsi di sinistra, socialista e classista, e si ponga l’obbiettivo di recuperare quanti si sono rifugiati nell’astensionismo e nel voto di protesta, diano loro la parola.  O meglio, ci diano la parola. Subito.

Se non sapremo guardare oltre l’imnminente scadenza elettorale, e il nostro lavoro si limiterà alla costituzione di un cartello tra le sigle autoreferenziali che compongono l’arcipelago della sinistra, magari senza la distinzione di cui parlavo prima, sprecheremo l’ennesima occasione.  Non possiamo permettercelo.

 

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Pisapia: ecco perchè non mi sento rappresentato. http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/10/pisapia-ecco-perche-non-mi-sento-rappresentato/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/10/pisapia-ecco-perche-non-mi-sento-rappresentato/#respond Wed, 04 Oct 2017 20:03:50 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3704 Caro Giuliano, sono uno dei tanti cittadini di sinistra che da tempo cerca uno spazio di confronto e di partecipazione.  Appartengo a quella schiera di delusi e di incazzati che hanno abbandonato il soggetto politico che avevano fortemente voluto e contribuito a costruire, dopo che è stato privato dell’anima e snaturato nelle finalità da una […]

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Caro Giuliano, sono uno dei tanti cittadini di sinistra che da tempo cerca uno spazio di confronto e di partecipazione.  Appartengo a quella schiera di delusi e di incazzati che hanno abbandonato il soggetto politico che avevano fortemente voluto e contribuito a costruire, dopo che è stato privato dell’anima e snaturato nelle finalità da una cordata di potere totalmente estranea ai suoi valori fondativi.

Vivo con disagio e paura questo momento della vita politica italiana, caratterizzato dalla costante perdita di diritti da parte dei lavoratori, dall’aumento della povertà e da un vento razzista e fascista che soffia prepotente sul Paese.

Mi manca come l’aria una sinistra capace di rivendicare con orgoglio i propri valori e sia caratterizzata da una forte identità di classe.  In momenti come questo, credo che per ogni sincero democratico l’impegno politico sia un dovere morale, prima ancora che politico, ed è per questo che sento il bisogno di rimboccarmi le maniche.

Una sinistra unita è sempre stato il mio sogno e il mio obiettivo politico principale, ma non è più tempo dei giochetti di palazzo, dei litigi condominiali, delle ripicche tra primedonne.  Con tutta franchezza ne ho le palle piene.

E’ tempo di ricostruire una casa nuova partendo dalle fondamenta, per ridare fiducia e speranza a milioni di cittadini di sinistra che in questi anni  si sono rifugiati nell’astensione e nel voto di protesta.  E’ a compagni come loro, come me, che una classe dirigente degna di questo nome deve dare voce e rappresentanza, ascoltando i nostri bisogni, le nostre aspettative, i nostri sogni.

In questa fase l’unico obiettivo da perseguire è quello di costruire un soggetto politico di sinistra, forte, popolare, di classe.  Solo se questo obiettivo verrà centrato sarà possibile iniziare a pensare ad alleanze  programmatiche e di governo; diversamente saranno solo accordicchi di potere tra sigle vuote e generali senza esercito.

La tua proposta politica segue una logica diversa, vecchia, fuori tempo, senza grandi ambizioni;  per questo, come cittadino ed elettore di sinistra,  non mi sento rappresentato.  Credo anche di interpretare i sentimenti di quanti hanno abbandonato la vecchia strada per percorrerne una nuova.   Nella sinistra che sogno e voglio costruire, la base partecipa, discute, decide. Dopo i vertici ne rappresentano la volontà facendo sintesi del confronto.

Per questo sei libero di dire e fare quello che vuoi, com’è giusto che sia, ma non in mio nome.

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Migranti: Sinistra italiana, se ci sei batti un colpo! http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/08/migranti-sinistra-italiana-ci-batti-un-colpo/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/08/migranti-sinistra-italiana-ci-batti-un-colpo/#respond Mon, 14 Aug 2017 14:51:19 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3695 L’aria, in Italia, è diventata irrespirabile.  Dai talk show televisivi, dai giornali, dai social, arriva il fetore nauseabondo del razzismo, sempre più intenso e ripugnante, che ti prende alla gola e ti soffoca. Non c’è trasmissione televisiva in cui non siano presenti politici urlanti, con la bava alla bocca, che incitano gli spettatori contro gli […]

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L’aria, in Italia, è diventata irrespirabile.  Dai talk show televisivi, dai giornali, dai social, arriva il fetore nauseabondo del razzismo, sempre più intenso e ripugnante, che ti prende alla gola e ti soffoca.

Non c’è trasmissione televisiva in cui non siano presenti politici urlanti, con la bava alla bocca, che incitano gli spettatori contro gli ultimi del pianeta, giornalisti viscidi che li stimolano e li servono compiaciuti, servizi montati ad arte per creare ansia e diffidenza nei confronti dello straniero che viene dal mare.

La crisi economica più pesante e lunga che l’Italia ha vissuto dal dopoguerra, è stata pagata interamente dalle classi sociali più deboli e dal ceto medio, che hanno perso potere d’acquisto, diritti e tutele.  In questi anni i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

carcere libica

Con l’avvicinarsi delle elezioni, i colpevoli di questa situazione, quelli che si sono arricchiti a dismisura con l’evasione fiscale, che hanno delocalizzato le aziende dopo essersi intascati milioni di fondi pubblici, che hanno messo in ginocchio i risparmiatori con le speculazioni finanziarie e bancarie, i politici collusi o incapaci che hanno retto il sacco, indicano come causa di tutti i mali i disperati che fuggono dalla guerra e dalla fame.

Questi avvoltoi avidi e voraci portano avanti una campagna d’odio senza precedenti contro i più indifesi e aizzano i poveri contro i più poveri, per distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese, dalle loro ruberie e dai loro fallimenti.

E’ un brutto film dal copione logoro, ma gli italiani, spaesati e impauriti per il futuro,  senza più riferimenti valoriali alternativi, hanno perso ogni capacità critica e scaricano istintivamente le proprie frustrazioni su chi sta peggio di loro, quasi a demonizzare lo spettro della miseria.

L’abbandono dello Ius Soli, i vergognosi decreti Minniti sulla “sicurezza” e sui migranti, l’accordo sui respingimenti sottoscritto con i trafficanti libici (perché di questo si tratta), il linciaggio mediatico contro le ONG impegnate nei soccorsi, sono la testimonianza che è caduta anche l’ultima flebile barriera al dilagare del populismo razzista e fascista.

Aver sostituito le navi delle ONG impegnate nei soccorsi con le motovedette dei miliziani libici è stato un atto criminale destinato ad aumentare il numero dei morti affogati.   Riportare i profughi, donne e bambini compresi, a marcire e morire nei lager libici, tra violenze e torture, è un atto disumano che mi fa vergognare di essere italiano.

Credo che siano gli anni più bui della nostra storia repubblicana; sono indignato, impaurito e smarrito.

Indignato perché  stiamo parlando di esseri umani indifesi che, come noi, hanno amori, affetti, passioni, paure, speranze, sogni e diritti, primo fra tutti quello alla vita.

Impaurito, perché sento sotto attacco i miei valori, la mia cultura, la mia identità personale e politica. Perché sento sgretolarsi quel tessuto umano e sociale che ha reso forte il nostro Paese.

Spaesato perché, salvo rare eccezioni, il silenzio della sinistra è assordante.  Eppure, in questa fase costituente che avviene in un momento così particolare, i valori di uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, rappresentano l’unico collante in grado di ridare alla sinistra l’identità, l’orgoglio e l’unità di cui ha bisogno.

Per questo faccio un disperato appello a tutti i leader della sinistra italiana, a partire da quelli di Articolo UNO – MDP, movimento nel quale mi riconosco e a cui ho aderito con fiducia e speranza: restare inermi di fronte a quello che sta accadendo è complicità.   Quello che serve, in questo momento, è ricostruire l’argine valoriale e culturale che ha ceduto e offrire al Paese un’alternativa vera alla deriva populista.

A quanti, come me, vivono con sgomento e crescente disagio l’immobilismo della sinistra su questo tema, chiedo di gridare forte ai nostri dirigenti che i tatticismi di palazzo, i piccoli interessi di bottega e le beghe condominiali, non interessano a nessuno e non costruiscono niente.

Ogni volta che nel mediterraneo muore un essere umano, che nelle carceri libiche viene violentata una donna, torturato un uomo, violentato un bambino, muore un pezzo della sinistra italiana che si volta dall’altra parte.

Un nuovo inizio. Con i nostri valori.  E’ uno degli slogan che campeggia sui nostri manifesti e che sintetizza bene il percorso difficile e ambizioso che abbiamo deciso di intraprendere.  Ora è il momento di essere coerenti, di schierarci con decisione dalla parte dei più deboli e di dire basta al populismo, al razzismo e al fascismo che stanno soffocando il Paese.

Su temi come questi non ci possono essere tentennamenti o ambiguità. Per la sinistra italiana, questa è l’ultima chiamata.

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Riflessioni sul Venezuela. Perchè sostengo Maduro http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/08/riflessioni-sul-venezuela-perche-sostengo-maduro/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/08/riflessioni-sul-venezuela-perche-sostengo-maduro/#respond Sun, 06 Aug 2017 09:33:25 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3673 Premessa indispensabile E’ sempre difficile capire, analizzare, giudicare quanto accade in territori lontani, caratterizzati da realtà sociali diversissime dalle nostre. Ancor di più lo è quando l’informazione viene data a senso unico e non consente di contestualizzare gli avvenimenti. Il tipo di informazione che arriva nelle nostre case sulla drammatica situazione politica del Venezuela, ricorda […]

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Premessa indispensabile

E’ sempre difficile capire, analizzare, giudicare quanto accade in territori lontani, caratterizzati da realtà sociali diversissime dalle nostre. Ancor di più lo è quando l’informazione viene data a senso unico e non consente di contestualizzare gli avvenimenti.

Il tipo di informazione che arriva nelle nostre case sulla drammatica situazione politica del Venezuela, ricorda per molti versi quella degli anni ’70 sul lontano Viet Nam.  All’epoca ero giovanissimo, ma ricordo perfettamente i notiziari di Gustavo Selva, non a caso ribattezzati “Radio Belva”.  Chi ha la mia età sa di cosa parlo.

La differenza è che nella lotta politica di allora si contrapponevano modelli economici e sociali alternativi e in grado di offrire chiavi di lettura diverse dei singoli fatti: tutto veniva inserito sullo scacchiere internazionale nella partita tra socialismo e capitalismo.  Questo, se non altro, ha consentito alla mia generazione di sviluppare una certa capacità critica sulla storia e su come ci viene raccontata da chi detiene il potere economico, politico e mediatico.

Sappiamo com’è andata a finire: il capitalismo ha vinto e la sua cultura è oggi egemone quasi ovunque.  In occidente vige da anni il “pensiero unico” e il monopolio dei mezzi di informazione, pressoché totale, sta portando all’appiattimento generale delle coscienze.  Anche la presunta libera informazione della “rete”, fuori da un contesto politico strutturato e finalizzato al superamento del sistema economico dominante, finisce col rafforzarlo.

Il  “sistema” non è più messo in discussione da nessuno, il libero mercato è considerato un valore assoluto, il nostro stile di vita è diventato un modello universale da esportare su cui misurare il grado di civiltà dei popoli, la nostra capacità critica è ormai totalmente inibita.

Tutto ciò che contrasta con la nostra visione del mondo ci spaventa perché sfugge dalla nostra comprensione.   Le dittature, le guerre e la fame di interi popoli sono lette come incapacità di importare la nostra cultura e il nostro modello sociale e non per quello che in realtà sono, ovvero prodotti  di un modello economico e sociale distorto fondato sulle disuguaglianze, di cui noi siamo la parte beneficiaria.

Il capitalismo, per sua natura, si fonda sullo sfruttamento selvaggio di ogni risorsa disponibile e sulla distribuzione diseguale della ricchezza.   Le dinamiche che nel secolo scorso hanno caratterizzato la vita dei singoli Stati, con la contrapposizione tra proletari e padroni delle macchine a vapore, sono cambiate.  La globalizzazione dell’economia e l’egemonia del modello capitalista a livello mondiale, hanno creato nuove classi sociali e diviso il pianeta in popoli sfruttati e popoli beneficiari del loro sfruttamento.

Le contraddizioni che questa rivoluzione  ha generato anche sul piano cultuale e valoriale sono enormi:  oggi, essere di sinistra in Occidente significa cercare di correggere il “sistema” senza metterlo in discussione, esserlo nei paesi sfruttati e depredati significa necessariamente porsi l’obbiettivo di abbatterlo.

Per gli ultimi del pianeta non si tratta di una questione filosofica o ideologica ma di pura sopravvivenza, ed è per questo che ogni tentativo di riscatto viene subito percepito come una minaccia e represso con ogni mezzo possibile.

L’assenza di un’organizzazione  internazionale  in grado di indicare un nuovo ordine mondiale  e  di  coordinare i movimenti  rivoluzionari che pure esistono,  porta all’omologazione del pensiero e alla giustificazione della repressione di ogni focolaio di rivolta.

Quando, in qualsiasi latitudine del mondo, si concretizza la possibilità di un reale cambiamento, la “santa alleanza” si mobilita compatta e partono l’isolamento internazionale,  i boicottaggi commerciali, gli embarghi economici,  le manovre diplomatiche, l’inquisizione mediatica e, all’occorrenza, la repressione militare.

Il Venezuela fa parte di quelle nazioni dell’America Latina che, agli inizi del secolo scorso, lo scrittore O.Henry definì “Repubbliche delle banane”.   L’organizzazione sociale di questi Paesi è di natura  feudale, con il potere saldamente in mano a pochi latifondisti e un’economia povera, generalmente basata sull’agricoltura o sull’esportazione del petrolio a basso costo, totalmente controllate dalle multinazionali, attraverso il sostegno e il foraggiamento di oligarchie di potere avide e corrotte.

Le ingiustizie sociali, le macroscopiche diseguaglianze  e la negazione sostanziale dei più elementari diritti umani e civili, creano una conflittualità permanente, accendono rivolte, danno vita a percorsi rivoluzionari che a loro volta generano reazioni repressive.

Non possiamo prescindere da tutto questo se vogliamo capire gli sviluppi della situazione in Venezuela, esprimere un giudizio culturalmente onesto, e assumere una posizione politica consapevole e ragionata.


Gli interessi in campo

Per capire il livello dello scontro in atto, è necessario rileggere la recente storia del Venezuela

Il 6 Dicembre 1998  Hugo Chávez vinse le elezioni presidenziali  conquistando il 56,2% dei voti popolari.  Al primo punto del suo programma c’era la scrittura di una nuova Costituzione finalizzata ad un diverso ordine politico, sociale, economico e culturale per portare fuori il Paese dal feudalesimo.  Chávez era benvoluto e considerato “amico del popolo” da quando nel, 1989, in qualità di ufficiale dell’esercito, si rifiutò di sparare sulla folla durante le manifestazioni contro il caro-vita, nel corso delle quali furono assassinati migliaia di oppositori.

Il 2 Febbraio 1999  Chávez prestò “giuramento” e divenne ufficialmente Presidente del Venezuela. Immediatamente, in un clima di entusiasmo popolare, prese avvio una incredibile stagione di fermento politico e di partecipazione popolare.

In pochi mesi Chávez portò a termine il suo primo impegno:   Con un referendum popolare (il primo della storia venezuelana), l’80% dei cittadini approvò il percorso di scrittura della nuova Costituzione.  Con un secondo referendum vennero eletti i membri dell’Assemblea Costituente (il partito di Chávez conquistò 120 seggi su 131).  In pochi mesi l’Assemblea varò il testo della nuova Costituzione, ispirata alla cultura politica  e all’azione dell’eroe venezuelano Simon Bolivar.

Il 15 Dicembre 1999, con un nuovo referendum, il popolo venezuelano approvò a stragrande maggioranza (il 71%) la nuova Costituzione della “Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

Questi i suoi punti più significativi:

  • l’attenzione ai diritti umani,
  • il passaggio della struttura dello Stato da una democrazia rappresentativa a una nuova forma chiamata Democrazia Participativa y Protagónica (Partecipativa e protagonista)
  • l’istituzione del “referendum revocatorio” per tutte le cariche elettive, presidente compreso, nella seconda metà del mandato;
  • la modifica della durata del mandato presidenziale da cinque a sei anni, con possibilità di una sola rielezione.

Il 30 Luglio 2000 si tennero  le nuove elezioni presidenziali in quanto, con l’approvazione della nuova Costituzione, tutte le precedenti cariche elettive erano decadute.   Chávez, rieletto con il 59,5% dei voti, iniziò a portare avanti il suo programma di riforme, timide ma rivoluzionarie in quel contesto. Lui stesso definì questa fase “Rivoluzione Bolivariana Pacifica”.

Ma le sue riforme, seppur blande, toccavano per la prima volta interessi ben consolidati e, oltretutto, si inserivano in un contesto geopolitico in fermento (erano gli anni della “marea rosa” che vedeva  protagonisti Lula in Brasile e Morales in Bolivia).  La reazione dei vecchi potentati fu immediata.

Le riforme più contestate furono senza dubbio quella agraria (in Venezuela il 10% della popolazione possiede l’80% dei terreni, anche se molti proprietari non sono in grado di fornire i relativi titoli di proprietà), la nazionalizzazione delle risorse petrolifere, l’introduzione di nuove forme di Stato Sociale (salute, istruzione e servizi per tutti), la politica estera di solidarietà con gli altri Stati dell’America del Sud che iniziavamo a staccarsi dal dominio economico e politico degli Stati Uniti.

Nel frattempo, così come stabilito dalla nuova Costituzione, si svolsero le elezioni dei dirigenti della  CTV (Confederazione dei Lavoratori del Venezuela) retta per moltissimi anni da Carlos Ortega, che non riconobbe l’esito del voto e si autoproclamò vincitore.

Nel dicembre del 2001, in un clima sempre più teso e con l’aiuto di Ortega, gli industriali cercarono di pilotare uno sciopero generale della CTV chiudendo le fabbriche e impedendo ai lavoratori di entrare (arrivarono anche ad assicurare i salari, senza poi mantenere la promessa).   Lo sciopero fallì, perché i lavoratori appoggiavano le riforme del governo.

Chávez non si lasciò intimorire e continuò imperterrito nella realizzazione del suo programma a sostegno delle classi più deboli.   Nel febbraio del 2002 sostituì i dirigenti della compagnia petrolifera nazionale contrari  a utilizzare i proventi dell’attività aziendale nel sostegno dello stato sociale.  Ne scaturì un conflitto che bloccò la produzione del petrolio per due mesi, con tutte le conseguenze sull’economia nazionale, che si basava quasi esclusivamente su quell’attività.

Era partita l’offensiva delle opposizioni , tesa a creare un clima di tensione e di caos nel Paese che giustificasse la cacciata del Presidente Chavez democraticamente eletto.


Il golpe del 2002

Nell’Aprile 2002 il clima politico nel Paese si fece pesantissimo in virtù di una strategia violenta e cinica, pianificata a tavolino..

La televisione di Stato rese pubblica la registrazione di una telefonata nella quale l’ex presidente Carlos Andrés Pérez, rifugiatosi negli Stati Uniti, diceva a Ortega di organizzare uno sciopero generale e di portarlo alle estreme conseguenze,  concordando le azioni con il presidente della Fedecamara  (l’equivalente della nostra Confindustria).

In quei giorni, presso la sede della Conferenza Episcopale Venezuelana, si tenne una riunione alla quale erano presenti, oltre alle gerarchie ecclesiastiche, i vertici della CTV con Carlos Ortega, Fedecamara con Carmona Estanga, e altri membri dell’opposizione.   In quella riunione fu deciso e pianificato un colpo di Stato contro il Presidente Chávez.

Il 9 aprile 2002 la CTV e la Confindustria, con l’appoggio della Chiesa cattolica, delle televisioni e dei partiti politici di opposizione, annunciarono uno sciopero generale di ventiquattro ore in sostegno dei dirigenti della compagnia petrolifera licenziati.

 L’11 aprile fu organizzato un corteo di centomila persone che avrebbe dovuto dirigersi verso la sede della Compagnia petrolifera ma che, con un’arringa di Ortega, fu deviato verso il  palazzo di Miraflores, sede della Presidenza, per cacciare «quel traditore di Chávez».

Già dalla notte attorno a Miraflores si erano radunati migliaia di sostenitori di Chávez, in sentore di ciò che poteva accadere.

Il corteo non arrivò a contatto con i simpatizzanti di Chávez perché alcuni cecchini appostati nei palazzi circostanti cominciarono a sparare, prima sui sostenitori di Chávez, poi sulle prime file del corteo.  Cinque cecchini, arrestati in fragrante dalla Guardia Nazionale, furono liberati dagli insorti, mentre la polizia metropolitana iniziò a sparare contro i sostenitori di Chávez che iniziarono a fuggire e a rifugiarsi nei palazzi circostanti.

Le televisioni private, solidali ai golpisti, sostennero l’idea di scontri provocati dai sostenitori di Chávez ; versione  in un primo tempo ripresa anche dai media internazionali.  Solo in un secondo tempo, con la raccolta delle testimonianze e la visione attenta delle riprese, fu dimostrata la realtà dei fatti.  Tra l’altro l’annuncio della destituzione  del Presidente con l’attribuzione della responsabilità dei disordini e delle decine di morti ai chavisti, fu registrato almeno tre ore prima dell’inizio degli scontri.

I golpisti, riuniti in un presidio militare di Caracas, assieme a Carmona Estanga, a una schiera di sostenitori e a una nutrita rappresentanza di militari americani, intimarono a Chávez l’ordine di arrendersi, minacciando di bombardare il palazzo presidenziale dove si era asserragliato, come avvenne in Cile  con Allende nel 1973.   A differenza di allora però, parte dell’esercito era rimasto fedele al Presidente e alla nuova Costituzione  e il popolo scese immediatamente in piazza.

Chávez, per evitare la guerra civile, si consegnò ai golpisti che lo rinchiusero in un forte militare di Caracas.  In pochissimo tempo il forte fu circondato da oltre 600.000 persone che ne chiedevano la liberazione; fu quindi trasferito in elicottero prima su una portaerei, poi nel presidio militare della piccola isola La Orcilia.

Il giorno dopo, 12 Aprile,  Carmona Estanga si autoproclamò Presidente,  annunciò l’uscita del Venezuela dall’OPEC e ripristinò la vecchia Costituzione.

Immediatamente gli Stati Uniti si affrettarono a riconoscere il nuovo governo, seguiti a breve intervallo dalla Spagna, dove il quotidiano El País giustificò il colpo di Stato, dal  Regno Unito e Israele.

Ma il giorno stesso a Caracas iniziò la rivolta popolare con  saccheggi di negozi e disordini in ogni città.  Nei giorni 12 e 13 la polizia uccise più di 200 persone mentre gli ospedali si riempirono di feriti.   La gente, come già accaduto a Caracas, circondò anche la base dei paracadutisti del generale Baduel a Maracay chiedendo a gran voce il ritorno di Chávez. Lo stesso avvenne in molte altre località; si calcola che in tre giorni più di sei milioni di persone siano scese per le strade a difendere Chávez e il suo governo.

Nella notte del 13 aprile il vescovo di Caracas, Antonio Ignacio Velasco García, fu inviato all’isola La Orchila con un jet privato per convincere Chávez a firmare la rinuncia e partire con lo stesso jet verso un’ignota destinazione, forse Cuba.  Ma durante l’incontro arrivarono tre elicotteri dei militari che gli erano rimasti fedeli per riportarlo a Miraflores.

Grazie al forte sostegno popolare e alla fedeltà del grosso delle Forze Armate Venezuelane , il golpe durò  solo due giorni e il 14 Aprile, con il ritorno di Chávez, finirono anche gli scontri e i saccheggi.


Il socialismo bolivariano di Chávez

Hugo Chávez era salito al potere in modo assolutamente democratico, sostenuto dalla stragrande maggioranza dei venezuelani per lo più appartenenti alle classi meno abbienti, sulla base di un programma di cambiamento vero, anche se moderato.  La svolta “socialista” di Chávez e il suo radicalismo, sono frutto della sua esperienza di governo.

I metodi violenti e antidemocratici dell’opposizione e soprattutto l’episodio del golpe, lo convinsero che per governare il Paese e portare avanti le riforme delle quali aveva bisogno,  era necessaria una svolta radicale, quasi rivoluzionaria.

Negli anni seguenti, fino alla sua morte avvenuta nel 2013, ha governato il Venezuela con uno stile che noi occidentali definiremmo “autoritario –  populista”, ma che è forse l’unico consentito da un’opposizione fortemente minoritaria ma violenta, disposta a tutto per tutelare i propri interessi di classe.

Nel 2004 ha vinto il referendum per la sua destituzione voluto dall’opposizione in base alla nuova Costituzione;  nelle elezioni del 2006 e del 2012 è stato riconfermato Presidente con un largo consenso popolare.

L’azione di Chávez non è riconducibile a un’ideologia ben definita e coerente; nel suo pensiero si colgono elementi di socialismo, di nazionalismo di sinistra ispirati dalla figura di Simon Bolivar,  di terzomondismo anticoloniale e aspetti vicini  alla teologia della liberazione.

Il “chavismo” rappresenta una sinistra difficile da inquadrare nei nostri schemi, perché nasce come risposta a bisogni ed esperienze lontane dalle nostre e, tutto sommato, forse non è neppure importante etichettarlo.   Comunque si valuti la sua figura, quello che è certo  è che Chavez si è occupato veramente della povera gente del suo Paese, ingaggiando una lotta  contro interessi e poteri molto più grandi di lui.

Nei suoi anni di governo, Chávez ha cambiato profondamente il Venezuela, anche se la sua rivoluzione èrimasta incompiuta.

Grazie ai proventi della nazionalizzazione dei pozzi petroliferi ha eliminato l’analfabetismo e inserito tre milioni di venezuelani nell’istruzione primaria, secondarie e universitaria.  I salari degli insegnanti sono aumentati del 40% e oggi l’accesso all’istruzione è garantita e gratuita per tutti.

Per la prima volta tutti i venezuelani, a partire dai più poveri, hanno accesso ai servizi sanitari pubblici.

Il malnutrimento, che era una piaga che colpiva 5 milioni di venezuelani , è stato  drasticamente ridotto grazie a tonnellate di alimenti a prezzi modici o totalmente gratuiti.  La mortalità infantile è scesa al  2%.

Il numero di medici è passato da 20 per 100.000 abitanti nel 1999 a 80 nel 2010, ovvero un aumento del 400% e l’aspettativa di vita è passata da 72,2 anni nel 1999 a 74,3 anni nel 2011

Grazie all’Operación Milagro, lanciata nel 2004, oltre un milione e mezzo di persone non vedenti a causa delle cateratte o altre patologie oculari, hanno potuto eseguire gli interventi e recuperare la vista.

Chávez  ha creato una banca popolare con bassi crediti per scopi sociali e umani come l’acquisto della casa, ha creato cooperative di lavoro, abolito il latifondo, nazionalizzato i pozzi petroliferi, portato fuori il Venezuela dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, bloccato la fuga di capitali all’estero.  Grazie alle sue riforme i tassi di povertà e di povertà estrema sono stati dimezzati in pochi anni..

Alla fine del 2004, inoltre, lanciò l’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA), un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina e i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, in alternativa (da cui il nome) all’Area di libero commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti.

Tutto questo è stato realizzato in pochi anni nonostante i continui tentativi dell’opposizione di destra di rovesciare il governo democraticamente eletto e rimpiazzarlo con una dittatura alla Pinochet, e spiega perché Chávez fosse così amato dalla povera gente del suo Paese, alla quale ha cambiato veramente la vita.


Conclusioni

Quando  si giudicano le immagini e le notizie provenienti dal Venezuela non dobbiamo mai scordarci qual’era la situazione prima di Chávez.  Prima di lui il Venezuela non era certo un Paese democratico.  Chávez aveva ereditato una cultura politica segnata dalla violenza, dalla corruzione e dall’ampia distanza dei cittadini dai governanti.

Anche sul piano dei diritti civili e democratici, con la nuova Costituzione Bolivariana, Chávez ha introdotto un nuovo concetto di democrazia partecipativa e dato ai cittadini più potere per mettere i propri governanti di fonte alle proprie responsabilità, dando loro la possibilitàdi indire referendum per chiederne la destituzione. Cosa che l’opposizione del paese poi fece nel 2004.

Chávez non ha potuto completare la sua rivoluzione e ha lasciato al suo successore, Nicolás Maduro una situazione ancora in evoluzione, con riforme già approvate, intollerabili per il capitalismo, ma ancora troppo deboli per un regime socialista.   Aver imposto il controllo dei prezzi, lasciando la produzione nelle mani dei privati, ad esempio, è una contraddizione che causa insanabili conflitti.

Sul piano economico il Venezuela dipende ancora totalmente dalle esportazioni di petrolio. Chávez non ha pensato ad una diversificazione dell’economia probabilmente perché non ha previsto il drastico calo del prezzo dell’oro nero, che poi c’è stato con conseguenze pesanti per le casse dello Stato.

Ma in questo momento il problema più grosso di Maduro è quello di una opposizione violenta e illiberale, sostenuta dalle multinazionali e dalle principali potenze del mondo, a partire dagli Stati Uniti.

La forza di Chávez era in grande parte dovuta alla sua forte personalità, al suo carisma e al rapporto che era riuscito a instaurare con la maggioranza dei cittadini poveri del Paese.

Dopo la sua morte le grandi lobby di interessi  si sono coalizzate nella speranza di riprendere in mano il potere, puntando sulla debolezza del successore. Ci proveranno in tutti i modi, con le buone e le cattive, utilizzando tutti gli enormi mezzi di cui dispongono, a partire dai media.

Per difendere le conquiste sociali degli ultimi anni e portare a termine la rivoluzione socialista bolivariana, Nicolás Maduro si trova costretto ad accentrare ancora di più il potere nelle sue mani. Diversamente sarebbe spazzato via dalla furia cieca reazionaria, e con lui la storia degli ultimi 20 anni del Venezuela.

Chi considera le sue prime mosse come quelle di un dittatore sbaglia.  I dittatori, quelli veri in carne ed ossa, sono quelli che disprezzano la democrazia e difendono senza scrupoli i loro interessi.  Sono quelli che volevano cacciare Chávez con la violenza per imporre un regime militare. Sono quelli che assoldano i cecchini per  sparare sui manifestanti,  quelli che fomentano disordini per creare l’instabilità democratica,  quelli che manipolano l’informazione.   Sono quelli che oggi vogliono cacciare Maduro con gli stessi metodi con cui volevano cacciare Chávez per cancellare quasi venti anni di conquiste sociali del popolo venezuelano.

 La lotta politica in atto in Venezuela non è quella a cui siamo abituati in Europa dove si confrontano culture e interessi diversi ma all’interno di regole democratiche accettate e condivise.

I nostri concetti di democrazia non sono applicabili in uno scontro di classe come quello in atto in Venezuela.   Se Maduro sarà sconfitto, non sarà una vittoria della democrazia, ma una sconfitta del popolo venezuelano.

Nella lotta tra gli interessi degli affamatori e quelli degli affamati, io sto con i secondi.
Ecco perché sostengo Nicolás Maduro e quella parte del popolo venezuelano che rappresenta.

 

 

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In ricordo di Yaguine e Fodè http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/07/3649/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/07/3649/#respond Sat, 29 Jul 2017 15:12:37 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3649 Sono stufo del razzismo fomentato da politici  indegni, che fanno leva sulle paure dei cittadini sempre più in difficoltà a causa della loro incapacità, delle loro ruberie e dei loro fallimenti. Basta leggere i dati reali per renderci conto che non ci troviamo di fronte ad una “invasione”  come viene quotidianamente descritta dai media, ma […]

L'articolo In ricordo di Yaguine e Fodè sembra essere il primo su Rosso di sera.

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Sono stufo del razzismo fomentato da politici  indegni, che fanno leva sulle paure dei cittadini sempre più in difficoltà a causa della loro incapacità, delle loro ruberie e dei loro fallimenti.

Basta leggere i dati reali per renderci conto che non ci troviamo di fronte ad una “invasione”  come viene quotidianamente descritta dai media, ma ad un flusso migratorio assolutamente fisiologico, anche se drammatizzato dalle modalità con cui avviene.
I nuovi arrivi  non riescono neppure a compensare il numero di italiani che ogni anno emigrano all’estero.

Sono anni che non si parla di altro. Hanno creato una falsa emergenza per usarla come arma di distrazione di massa e far passare il messaggio che l’impoverimento del ceto medio italiano è dovuto a questi disperati e non alla responsabilità di una  classe politica mediocre e inadeguata.

I novelli untori che li indicano come nemici del popolo, dimenticano sempre di dire che questi esseri umani starebbero volentieri a casa loro.
Non dicono che fuggono dalle sanguinose dittature, dalle guerre e dalla fame  generata dalla voracità delle industrie occidentali che, attraverso il saccheggio e lo sfruttamento selvaggio di ogni loro risorsa, garantiscono il livello del nostro tenore di vita.

Disprezzo con tutte le mie forze i politici che urlano, specialmente quelli che lo fanno contro i più deboli, coscienti di scatenare una guerra tra poveri per tutelare gli interessi delle classi più abbienti.

Mi fa schifo l’ipocrisia di coloro che, dopo aver pressoché azzerato i fondi per la cooperazione internazionale, oggi lanciano il mantra salvifico “aiutiamoli a casa loro”.

Ma non voglio occuparmi della  miseria culturale e politica di individui da cui non mi sento rappresentato.  Oggi voglio ricordare e rendere omaggio a Yaguine Koïta e Fodé Tounkara, due piccoli eroi della Guinea, rispettivamente di 14 e 15 anni.

Esattamente diciotto anni fa, il 29 Luglio 1999, Yaguine e Fodè trovarono la morte nel vano carrelli di un aereo della Sabena partito dall’aeroporto di Conakry, capitale del loro Paese, e diretto a Bruxelles.

Vi erano saliti di nascosto con il sogno di raggiungere il Parlamento Europeo e consegnare ai “potenti del mondo” il loro messaggio.  Non sapevano che in volo, all’altezza di diecimila metri, la temperatura esterna raggiunge i 50 gradi sotto lo zero e non lascia scampo.

Li trovarono abbracciati, morti per assideramento, con la loro preziosa lettera tra le mani.   Questo è il testo:


Alle loro eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa.

Abbiamo l’onore e il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi della ragioni del nostro viaggio e della sofferenza di noi bambini e giovani dell’Africa. Ma prima di tutto, vi presentiamo i nostri saluti più squisiti e rispettosi.

A tal fine, siate il nostro sostegno e il nostro aiuto. Voi siete per noi, in Africa, coloro a cui possiamo chiedere aiuto; ve ne supplichiamo per l’amore che avete per il vostro continente, per i sentimenti che voi avete nei confronti dei vostri popoli e soprattutto per l’amore per i vostri figli che voi amate al di sopra della vostra vita.

Vi supplichiamo anche per l’amore e l’obbedienza per Dio Onnipotente, nostro Creatore che a voi ha dato tutte le opportunità e le ricchezze per costruire e ben organizzare il vostro continente al fine di renderlo ammirevole agli altri.

Signori, membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo di venire in aiuto dell’Africa. Aiutateci.

In Africa soffriamo problemi enormi e i bambini non hanno diritti. In Africa soffriamo le guerre, le malattie, la fame etc..

Per quanto riguarda noi bambini, in Africa e, soprattutto in Guinea, abbiamo poche scuole e soffriamo la mancanza di educazione e insegnamento.

Nelle scuole private si può avere buona educazione e buon insegnamento ma occorrono grandi somme di denaro e i nostri genitori sono poveri e possono dedicarsi solo al nostro nutrimento. Inoltre non abbiamo luoghi dove possiamo imparare e praticare il football, il basket o il tennis.

Per queste ragioni noi, bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa che ci permetta di progredire.

Se vedete che affrontiamo sacrifici e che mettiamo a rischio la nostra vita è perché in Africa soffriamo troppo e abbiamo bisogno di voi per lottare contro la povertà e porre fine alla guerra in Africa.

Tuttavia noi vogliamo studiare e vi chiediamo di aiutarci a studiare affinché i bambini africani possano essere come i vostri bambini. Infine vi supplichiamo di scusarci moltissimo di aver osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto.

E non dimenticate che, a causa della debolezza della nostra forza che soffriamo in Africa, non possiamo che rivolgerci a voi.

Scritto da due bambini guineani. Yaguine Koïta e Fodé Tounkara.


Come spesso accade i piccoli atti di eroismo delle persone semplici non occupano le prime pagine dei giornali e vengono dimenticati il giorno dopo.

Yaguine e Fodé  erano solo due ragazzi, ingenui e idealisti come la maggior parte dei loro coetanei.  Ma le loro parole semplici, rispettose e quasi timide, riescono a commuovere, perchè trasmettono contemporaneamente sofferenza e fiducia nell’uomo e nella politica.   La loro dignità personale e umana è decisamente superiore a quella dei “potenti del mondo” che sognavano di incontrare e a quella degli ignoranti che indicano come affamatori gli affamati.

Il miglior modo per non rendere vano il loro sacrificio e diffondere una cultura di pace e di solidarietà, sarebbe forse quella di raccontare la loro vicenda nelle scuole.  Ed è questa la proposta che faccio agli insegnati che, magari casualmente, leggono queste quattro righe.

A questo scopo suggerisco “Il sole dentro”, un film  bello e coinvolgente del 2012, diretto da Paolo Bianchini, con Angela Finocchiaro e Francesco Salvi, distribuito dalla Medusa Film (Scheda e trailer).


Questo è un documentario del 2009 che racconta la storia:

Per non dimenticare

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Riflessioni sulla vicenda Marino dopo il processo Mafia Capitale http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/07/riflessioni-sulla-vicenda-marino-dopo-il-processo-mafia-capitale/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/07/riflessioni-sulla-vicenda-marino-dopo-il-processo-mafia-capitale/#respond Sun, 23 Jul 2017 21:31:57 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3626 Non credo che, quando si candidò alla carica di Sindaco di Roma, Ignazio Marino immaginasse neanche lontanamente le dimensioni della zona d’ombra capitolina e del suo radicamento negli ingranaggi della macchina comunale, emersi poi nell’inchiesta e nel processo di Mafia Capitale.  Ma che qualcosa non quadrava se n’è accorto appena ha messo piede in Campidoglio. […]

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Non credo che, quando si candidò alla carica di Sindaco di Roma, Ignazio Marino immaginasse neanche lontanamente le dimensioni della zona d’ombra capitolina e del suo radicamento negli ingranaggi della macchina comunale, emersi poi nell’inchiesta e nel processo di Mafia Capitale.  Ma che qualcosa non quadrava se n’è accorto appena ha messo piede in Campidoglio.
Non a caso i suoi primi atti da Sindaco di Roma furono quelli di chiamare la Guardia di Finanza e di portare una serie di pratiche in Procura.

Al comitato criminale che da anni aveva messo le mani sulla città, apparve subito chiaro che quell’uomo, intransigente e trasparente, totalmente estraneo all’ambiente al punto di essere definito “il marziano”, non era gestibile né asservibile, e rappresentava un pericolo reale.

Dopo la sentenza di Mafia Capitale appaiono evidenti le ragioni dell’incredibile linciaggio mediatico e politico, senza precedenti per la violenza dei toni e l’infondatezza delle accuse, contro chi rischiava di far saltare un ingranaggio perfetto.  Non potendolo attaccare sul proprio operato, si è cercato di demolirlo sul piano dell’immagine personale, con accuse ridicole e martellanti, come la vicenda degli scontrini poi dimostratasi una bufala, le multe prese con la Panda e architettate ad arte, o il viscido tormentone “è una persona onesta ma incapace”.
La verità è che Marino, nei pochi mesi in cui ha governato, ha messo i bastoni tra le ruote a quel “mondo di mezzo” che stava divorando Roma attraverso un sistema di potere ramificato e consolidato, fatto di occupazione di ruoli chiave,  omertà, raccomandazioni, clientele, interessi illeciti  grandi e piccoli.

E’ per questo che, da persona semplice abituata ad  andare al lavoro in bicicletta o con la Panda, Marino si è trovato costretto a viaggiare con la scorta assegnatagli dal Ministero degli Interni; solo contro tutti, abbandonato e colpito anche dal suo stesso partito in gran parte colluso con il malaffare.

Dopo la sentenza del processo di Mafia Capitale, appare evidente che il fango mediatico, le piazzate dei fascisti e del M5S, l’isolamento da parte dei dirigenti nazionali del PD fino alla vigliaccata dell’imboscata dal notaio, erano dettate dalla volontà  di “normalizzare” la situazione e di proteggere un sistema marcio che coinvolgeva tutti.

Dopo la cacciata di Marino il “mondo di mezzo” ha tirato un sospiro di sollievo e,  nonostante l’inchiesta in corso, ha continuato i propri intrallazzi sia nel periodo del commissariamento che in quello della sgangherata Amministrazione pentastellata, come dimostrano le cronache di questi giorni.

Non so se sia frutto di volontà politica o di una disarmate inadeguatezza, ma tutti gli atti della giunta Raggi, a partire dalla vicenda delle nomine per finire alla gestione dei rifiuti, testimoniano in modo impietoso la continuità con il passato e la contiguità del M5S con la destra capitolina.
E non è neppure un caso che nel PD romano  sia tornata la “normalità”.   Dopo l’annuncio roboante di una drastica azione di pulizia, i 27 circoli indicati dalla relazione Barca come “dannosi” e quindi da chiudere, sono ancora perfettamente attivi.

La frase che ne “Il gattopardo” Tancredi rivolge allo zio principe Salina:  «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sembra essere scritta appositamente per la vicenda romana.

Ora è il tempo delle scuse e del riscatto.

Scuse ad una persona perbene, e per questo scomoda, che si è spesa per onorare il ruolo istituzionale che ricopriva lavorando per il bene di Roma.  Scuse ad una città che è stata ferita, umiliata,  depredata delle proprie risorse, della propria dignità e della propria sovranità popolare.

Il riscatto passa per la liberazione di Roma dalla cricca di incapaci che hanno occupato il Campidoglio  attraverso quello che è stato definito il “golpe capitale”.

Non è più tempo del “mettiamoli alla prova” e del “lasciamoli lavorare”; la loro azione disastrosa sta ipotecando il futuro della Capitale per i prossimi decenni.  Roma e l’Italia non possono permetterselo.

A Ignazio Marino deve essere chiesto di tornare a ricoprire il ruolo politico di rilievo che gli compete, a Roma e nel Paese.  Non solo per il riscatto personale a cui ha diritto, ma soprattutto perché la politica italiana ha bisogno di lui, delle sue capacità, della sua intelligenza, della sua integrità, della sua radicalità.

Soprattutto ne ha bisogno la sinistra italiana impegnata nel faticoso lavoro di ricostituzione,  che ha l’interesse e il dovere di chiedere al professore un biglietto aereo USA–Italia, di sola andata.

 

 

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Montopoli: sì all’accoglienza, no all’improvvisazione http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/07/montopoli-si-allaccoglienza-no-allimprovvisazione/ http://www.sandrovanni.it/wordpress/2017/07/montopoli-si-allaccoglienza-no-allimprovvisazione/#respond Sat, 22 Jul 2017 00:10:12 +0000 http://www.sandrovanni.it/wordpress/?p=3614 Ha ragione il Sindaco Giovanni Capecchi:  Montopoli e i Comuni del Valdarno Inferiore si sono sempre contraddistinti per una cultura diffusa di accoglienza e di solidarietà sociale e umana. Questo territorio ha maturato nel tempo un’esperienza unica, che, grazie al supporto di una vasta rete di volontariato sociale, ha permesso di  far fronte ad ondate […]

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Ha ragione il Sindaco Giovanni Capecchi:  Montopoli e i Comuni del Valdarno Inferiore si sono sempre contraddistinti per una cultura diffusa di accoglienza e di solidarietà sociale e umana.

Questo territorio ha maturato nel tempo un’esperienza unica, che, grazie al supporto di una vasta rete di volontariato sociale, ha permesso di  far fronte ad ondate migratorie ben più consistenti delle ultime, coniugando solidarietà e diritti, accoglienza ed integrazione.

Non a caso il Valdarno Inferiore, pur avendo una concentrazione di stranieri tra le più alte d’Italia, non ha conosciuto fino ad ora gli episodi di degrado, di tensione sociale e di violenza che si registrano altrove.

Se le Amministrazioni del comprensorio  hanno potuto gestire  tutte le difficoltà sociali legate alla crisi economica più lunga e pesante del dopoguerra, lo si deve proprio a questo modello.  Modello che ora rischia di essere minato alla base dalle scelte sbagliate della Prefettura di Pisa.

Proprio perché il Valdarno Inferiore non si è mai tirato indietro per cercare di dare risposte alle emergenze migratorie, non si capisce con quale logica la Prefettura abbia “collocato” 24 profughi nella frazione di San Romano, oltretutto in una struttura priva dei requisiti necessari, senza neppure darne comunicazione al Sindaco e alla Società della Salute.

Inserire un numero così alto di persone, fuori dai percorsi di accoglienza esistenti e collaudati, affidandole ad un consorzio di cooperative che ha sede in un’altra zona e che non conosce la nostra realtà, il nostro tessuto sociale e la rete dei servizi esistenti, non risolve i problemi ma li aggrava.

Il Consorzio di cooperative Mc Multicons di Montelupo Fiorentino avrà sicuramente ottime referenze, ma il fatto che abbia presentato al Prefetto un progetto senza nessun contatto preventivo con il Sindaco del Comune “ospitante”,  oltre al mancato rispetto delle Istituzioni, evidenzia una totale improvvisazione.  Come pensano di “integrare” questi migranti fuori da percorsi condivisi con il territorio che li ospita, dato che questa dovrebbe essere la loro “missione”?

Il fatto che, nonostante la situazione problematica che hanno creato a Montopoli,  stiano cercando altre strutture nel Valdarno per presentare alla Prefettura nuovi progetti con le stesse modalità, fa nascere il legittimo sospetto che l’integrazione sia l’ultima delle cose a cui pensano.

Il fenomeno migratorio non può essere fermato, chi lo dice mente sapendo di mentire, ma può e deve essere gestito.   Non certo in questo modo.

Sono sicuro che questo territorio continuerà a dare il meglio di sé, come ha sempre fatto, ma questa modalità di gestione da parte della Prefettura deve essere interrotta subito, perché danneggia in primo luogo i migranti, rischia di vanificare il lavoro sociale, culturale e politico di cui questo territorio è orgoglioso,  di innescare un clima di tensione e di scontro sociale finora sconosciuto.

L’episodio dello striscione fascista apparso a San Romano contro i migranti, mira appunto a creare e alimentare un clima di diffidenza, di paura e di odio.

Certo, si tratta di un gesto ignobile operato da topi di fogna estranei ad un territorio fortemente ancorato ai valori dell’antifascismo come il nostro, ma non per questo può essere sottovalutato.

Spero che nel prossimo Consiglio Comunale tutte le forze politiche condannino l’episodio senza se e senza ma, dando un forte segnale di compattezza contro i rigurgiti fascisti che ultimamente si registrano in tutta la provincia.  Purtroppo dalle forze politiche locali,  con l’eccezione di Articolo 1 -MDP, sull’episodio c’è stato fino ad ora un silenzio politico assordante.


Sull’argomento:

Il Cuoio in diretta14 Luglio 2017:- Migranti S.Romano. Capecchi: Mancano i requisiti

QuiNews Cuoio – 19 Luglio 2017 _ Vanni Linda: Striscione Casa Pound, denuncia in arrivo

QuiNews Cuoio – 19 Luglio 2017 _ Rimicci – Art. 1: Montopoli è antifascista

QuiNews Cuoio – 19 Luglio 2017 _ Uno striscione contro l’arrivo di migranti

Il cuoio in diretta19 Luglio 2017 – Striscione Casa Pound, il Comune presenta la denuncia

Il Cuoio in diretta – 19 Luglio 29017 – Striscione Casa Paund Rimicci (Art. 1) Risponde

QuiNews Cuoio – 20 Luglio 2017 _ Capecchi: Qui l’arrivo dei migranti non è un problema

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